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Marine Park di Scifo: niente accesso agli atti, il MIBACT nasconde le carte


di Redazione
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Crotone24news.it

L'associazione Sette Soli diffida gli organi ministeriali che hanno negato l'accesso agli atti.

s_400_250_16777215_00_images_2015_ambiente_marine-park-scifo.jpgRiceviamo e pubblichiamo la missiva con cui l'associazione Sette Soli, nella figura di Margherita Corrado, diffida la Direzione Generale del Ministero per i Beni culturali in relazione alla triste vicenda del Marine Park di Scifo.

L'associazione si è vista negare l'accesso agli atti, regolarmente richiesto agli organi competenti del Ministero, e che costituiscono elemento fondamentale per conoscere meglio l'anomala procedura che ha portato all'autorizzazione a costruire il villaggio monstre, attualmente sotto sequestro per volontà della magistratura crotonese.

Di seguito il testo della DIFFIDA inviata alla Direzione Generale del Ministero per i Beni culturali, al Capo Gabinetto ed al Ministero stesso da parte dell'associazione Sette Soli.

«Gent.ma dott.ssa Bon, in riferimento alla Sua nota (prot. n. 5272 del 21.02.2017) pervenuta alla scrivente solo il 14 marzo a causa dell’invio ad un indirizzo di posta elettronica errato, nota con cui viene di fatto respinta la richiesta di accesso agli atti inoltrata da Sette Soli il 14.02.2017 relativamente al cantiere del “Marine Park Village” di località Scifo di Capo Colonna (non Punta/Capo Scifo, né tantomeno Alfiere/i), la suddetta Associazione non può ritenersi soddisfatta della Sua laconica risposta, peraltro modellata su quella già inviataci dal Segretariato Generale il 15 febbraio, e intende perciò ribadire con forza la richiesta avanzata il mese scorso.

L’asserzione “poiché la magistratura ha avviato un procedimento per l’accertamento della rilevanza penale di condotte commesse da pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni, si impone una doverosa riservatezza così da evitare un’impropria diffusione di notizie”, che quasi fotocopia quella del Segretario Generale: “il coinvolgimento della magistratura impone ai miei uffici di mantenere una doverosa riservatezza, evitando un’impropria diffusione di notizie...”, è infatti parimenti priva di qualsiasi pregio. In nessun modo la normativa vigente dà a Lei o alla dott.ssa Recchia la facoltà di decidere a Vs. discrezione se consentire o meno alla richiesta di accesso, avanzata da un soggetto che abbia un interesse giuridicamente rilevante a farlo, in base a quello che presumete possa essere l’uso futuro degli atti da parte del richiedente, uso legittimo, in realtà, quand’anche fossero divulgati.

È infatti consentito renderli pubblici (essi stessi e/o i relativi contenuti) ove non contengano dati personali sensibili o avendo cura di ometterli. Quanto alla riservatezza che pedissequamente invoca anche Lei, argomento in sé insufficiente a motivare un rifiuto, quella ha smesso di essere “doverosa”, lo ripetiamo, lo stesso giorno della ns. richiesta di accesso agli atti.

La fase inquirente propedeutica al sequestro del cantiere e all’incriminazione, tra gli altri, dei pubblici ufficiali del MiBACT cui Lei implicitamente allude, si è infatti conclusa con l’emissione dell’ordinanza di sequestro d’urgenza da parte del PM (14.02.2017), non confermato ma sostituito da un sequestro preventivo del GIP il successivo 25 febbraio. Né ha senso, Dottoressa, il Suo tentativo di eludere la ns. richiesta scaricando sugli inquirenti (con nota n. 5271 del 21.02.2017) la responsabilità di assumere in Sua vece una decisione – anzi due: “se e quando questa Direzione potrà acconsentire...” –, che non spetta loro neppure in relazione al fascicolo aperto dalla stessa Procura, tanto meno in merito alla documentazione del Suo Ufficio “acquisita da codesta autorità giudiziaria” [s’intende in copia, non sequestrata e così sottratta alla libera disponibilità dell’Ufficio!].

Anche la Procura, del resto, avendo la scrivente, con la sig.ra Linda Monte, presentato un esposto su Scifo il 12.01.2017, sarà richiesta dal ns. legale di consentire l’accesso agli atti e dovrà accordarlo ex lege, potendo negarci solo i documenti contenenti dati sensibili, o meglio impedendoci solo la lettura di tali dati con gli accorgimenti del caso.

Per principio, inoltre, preferendo non godere di ‘privilegi’ negati ad altri, Sette Soli ha finora respinto la proposta di più di un Parlamentare della Repubblica di sostituirsi all’Associazione nell’esercizio del diritto di accesso agli atti presso gli Uffici del MiBACT.

Se però neppure la presente diffida (e quella già inviata al Segretariato Generale il 2 marzo u.s.) dovesse sortire effetti, Le anticipo che proseguiremo sia con l’iter burocratico previsto, rivolgendoci al TAR del Lazio, sia investendo i suddetti Parlamentari del compito che si sono generosamente offerti di svolgere.

A dispetto delle tardive preoccupazioni per la reputazione del MiBACT sottese al rifiuto di soddisfare le richieste di Sette Soli, quasi che paradossalmente detta reputazione soffrisse danno a causa nostra e non della ostinata volontà di codesto Ministero di difendere i funzionari ‘infedeli’ pur di non ammettere errori di sorta, ci spinge nient’altro che una genuina sollecitudine nei confronti di quel luogo obiettivamente straordinario e meritevole di tutela che è Scifo.

Orbene, come precisato nella diffida al Segretariato Generale, la Procura, nell’ordinanza di sequestro d’urgenza del 14.02.2017, e ugualmente il GIP intervenuto poi con la propria il 25.02.2017, non solo menzionano, per averlo ricevuto da codesto Ministero l’8 febbraio, il verbale dell’ispezione ministeriale condotta mediante i sopralluoghi dell’arch. Maggi (20 gennaio) e della dott.ssa Barbera (25 seguente) ma ne estrapolano ampi passi. E questi sono serviti al GIP per negare fede alla preoccupazione del PM per “il fondato pericolo che, oltre alla compromissione dell’interesse paesaggistico, vengano definitivamente cancellate tracce archeologiche di inestimabile valore” (cfr. ordinanza del 14.02.2017, p. 22).

Altrettanto accade della nota che il Segretario Generale Le ha scritto il giorno successivo alla consegna della relazione Maggi-Barbera del 31.01.2017 e dei verbali di sommaria informazione relativi al funzionario archeologo di Crotone, all’archeologo esterno incaricato della sorveglianza e alla scrivente (per quanto attiene alla falsa dichiarazione del dott. Pagano già formulata in settembre e ribadita più tardi). A pagina 51 dell’ordinanza del 25.02.2017, il magistrato arriva a scrivere ”In detto atto i firmatari (arch. Luca Maggi e dott.ssa Mariarosaria Barbera), dopo aver dato atto della estraneità a zone archeologicamente sensibili del sito interessato dai lavori (“il sito non è annoverato tra quelli che hanno restituito in base alla raccolta di superficie resti architettonici o almeno un potenziale elevato di resti architettonici”) non escludono “la possibilità che il settore meridionale del villaggio come da relazione del 13 gennaio 2014 a firma del funzionario archeologico dott.

Ruga (ma è presente in atti tale relazione, si chiede lo scrivente?) si sovrapponga in parte anche ad alcuni siti connessi con un insediamento romano di media dimensione”. Su quelle basi, cioè avendo potuto leggere per intero (a differenza di noi e dell’opinione pubblica in genere) la relazione Maggi-Barbera nonché quanto la dott.ssa Recchia ne ha tratto, e ricavarne elementi a supporto della sua tesi, il GIP, che sembra attribuirsi raffinate competenze archeologiche per il solo fatto di avere maneggiato atti prodotti dal MiBACT e, peggio, credersi autorizzato ad interpretare la ‘naturale’ prudenza dell’archeologo nel giudicare i dati non stratigrafici come sintomo di incertezza nel merito, non convalida il sequestro del 14 febbraio perché reputa “dimostrata la mancata sopravvenienza di significativi lavori o di lesioni a beni archeologicamente rilevanti”.

La gravità dell’assunto è palese e richiede, ad avviso della scrivente, un intervento immediato di codesto Ministero che illumini il GIP circa la potenziale discrepanza tra i risultati delle ricognizioni di superficie, effettuate peraltro una tantum dai dott.ri Annese e Nicoletti (4, 6 e 8 luglio 2016), in modo tutt’altro che sistematico e strumentalmente assistito, a lavori già eseguiti, piazzole già costruite (anni fa) senza sorveglianza alcuna, su superfici progressivamente alterate dal reiterato passaggio di mezzi meccanici e dall’aggiunta di terreno di riporto, e quelli invece ricavabili da indagini (strumentali e stratigrafiche) eventualmente condotte su tutta la superficie interessata dal progetto, non nei pochi e ridottissimi spazi residuali teatro dei saggi del 2014.

Anche sulla deduzione della “estraneità a zone archeologicamente sensibili” dell’area del Marine Park Village, che il magistrato indebitamente ricava leggendo che “il sito non è annoverato tra quelli che hanno restituito in base alla raccolta di superficie resti architettonici o almeno un potenziale elevato di resti architettonici”, ci sarebbe molto da ridire.

Chi spiegherà al GIP che l’interesse archeologico di un sito non si sostanzia né si esaurisce esclusivamente nella scoperta di resti architettonici o nel loro potenziale elevato?!

Un’idea simile poteva trovare credito nell’Ottocento, non nel XXI secolo! È necessario e urgente, dunque, per chi come i soci di Sette Soli ha a cuore le sorti di Scifo, disporre di tutta la documentazione ufficiale relativa ai sopralluoghi e ad ogni altro intervento messo in campo dal MiBACT da metà ottobre in poi, sì da tentare di dare un contributo puntuale e fattivo alla causa della tutela del sito.

Tanto premesso, la scrivente nuovamente Le

CHIEDE

di esercitare il diritto di accesso in ordine alla documentazione concernente la vicenda dianzi citata, con facoltà di estrarre copia degli atti a proprio giudizio significativi esistenti presso codesta Direzione Generale. La richiesta è avanzata, anche in questa occasione, sia a nome di Sette Soli, in quanto portatrice di interessi diffusi, ai sensi della L. 241/190, sia a titolo personale, in quanto cittadina italiana, ai sensi dell’Art. 3-sexies del D.L. 152/2006. In materia di diritto di accesso alle informazioni ambientali e paesaggistiche – è il caso di Scifo, senza alcun dubbio! – il comma 1 dell’articolo citato dispone che: “In attuazione della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, e delle previsioni della Convenzione di Aarhus, ratificata dall'Italia con la legge 16 marzo 2001, n. 108, e ai sensi del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 195, chiunque, senza essere tenuto a dimostrare la sussistenza di un interesse giuridicamente rilevante, può accedere alle informazioni relative allo stato dell'ambiente e del paesaggio nel territorio nazionale”. La scrivente, pertanto,

DIFFIDA

codesta Direzione Generale ad accordare al più presto l’accesso agli atti e resta in attesa di conoscere le generalità del funzionario responsabile dell’esercizio del diritto di accesso, nonché di avere un ventaglio di date entro il quale organizzare il proprio viaggio a Roma. Saluti cordiali».

Margherita Corrado (Sette Soli)

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