Dalle fatture false al riciclaggio: il "nuovo oro" delle cosce del Crotonese


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Redazione Crotone24news.it

21-01-gratteri-dia.jpg«Il provvedimento, emesso dal G.I.P. del Tribunale di Catanzaro, Dr. Alfredo Ferraro, su richiesta del Procuratore Capo – Dott. Nicola Gratteri – e dei Sostituti Procuratore – Dott. Paolo Sirleo e Dott.ssa Veronica Calcagno – con il quale sono stati disposti gli odierni provvedimenti cautelari, ha consentito di assestare un duro colpo all’associazione di tipo mafioso, denominata ndrangheta, costituita da un insieme di “locali” e “’ndrine” distaccate e operanti nelle diverse Province calabresi e riferite, tra gli altri, a soggetti di caratura ‘ndranghetista quali Nicolino Grande Aracri, Trapasso Giovanni, Mannolo Alfonso e Bagnato Antonio Santo.

Il coinvolgimento dei predetti non è di poco conto, laddove si consideri che a ognuno di essi corrisponde una sfera di “competenza territoriale” ben delineata, e ciascuno di loro ha rapporti con Antonio Gallo alias “il principino”, un “jolly”, in grado di rapportarsi con i membri apicali di ciascun gruppo mafioso non in senso occasionale e/o intermittente, bensì in senso organico e continuo. In altri termini, l’imprenditore ha mostrato di essere in grado di interloquire, anche direttamente, con i boss delle cosche, manifestando in tal modo una significativa caratura criminale e presupponendo una vera e propria appartenenza alla ‘ndrangheta.

Il gruppo criminale inquisito risulta estremamente coeso, strutturalmente complesso ed altamente organizzato. Il metodo mafioso che l’indagine ha cristallizzato è pedissequamente quello tipizzato dall’art. 416 bis del codice penale.

Le intercettazioni telefoniche e ambientali, nel numero complessivo di ben 266.500 dialoghi ascoltati e trascritti, sostenuti da contestuali indagini bancarie e accertamenti patrimoniali nel numero di 1800 conti correnti esaminati e nr. 388.000 operazioni bancarie ricostruite, per un giro d’affari di circa €. 250.000.000 hanno confermato la mole di dati riferiti dai collaboratori di giustizia e hanno permesso di confermare l’esistenza di un insieme di “locali” e “’ndrine” distaccate e operanti nelle diverse Province calabresi nei territori di riferimento che corrispondono a Cirò Marina, Cutro, San Leonardo di Cutro, Isola di Capo Rizzuto, Roccabernarda, Mesoraca, Botricello, Sellia, Cropani, Catanzaro e Roccelletta di Borgia.

Grazie dapprima all’intraneità nella cosca del Grande Aracri, e poi al legame, tra gli altri, con Ferrazzo Mario Donato (del locale di Mesoraca), Megna Domenico (del locale di Papanice), dei maggiorenti delle cosche cirotane, di Bagnato Antonio Santo (del locale di Roccabernarda), avvalendosi della sua intraprendenza imprenditoriale e veicolando parte dei proventi alle cosche, gestiva in regime di sostanziale monopolio la fornitura di prodotti antinfortunistici alle imprese che eseguivano appalti privati nei territori del settore jonico catanzarese.

Il Gallo, inoltre, si procacciava appalti con enti pubblici anche attraverso il potere intimidatorio derivante dal vincolo associativo, curava la gestione di società fittizie – nelle quali figuravano prestanomi a lui legati – create allo scopo di incamerare illeciti profitti mediante condotte decettive ai danni dell’Erario e degli enti previdenziali (società nelle quali venivano impiegati dipendenti indicati dalle cosche), e si interfacciava· con personaggi politici ai quali prometteva pacchetti di voti in cambio di favori per sé e per altri, sia in territorio della provincia catanzarese che in altre realtà territoriali.

Il sodalizio era particolarmente strutturato alla sistematica evasione delle imposte perpetrata attraverso la costituzione di società fittizie che avevano l’unico scopo di emettere fatture per operazioni inesistenti, ottenerne il pagamento e retrocedere il denaro alle imprese beneficiarie della frode dietro la corresponsione del 11% dell’imponibile indicato nella fattura, affinché queste ultime potessero ottenere indebiti risparmi d’imposta milionari.

Il nuovo “oro” delle organizzazioni criminali sono le fatture per operazioni inesistenti, merce che oggi è assai ricercata e “trafficata” dalle organizzazioni criminali per i benefici che può determinare per gli imprenditori disonesti e per le aziende a gestione o funzionali della ‘ndrangheta. L’attività di indagine ha consentito di accertare la somma di €. 22.000.000 prelevata per contanti, attraverso l’arruolamento da parte dell’organizzazione mafiosa di un folto numero di soggetti prelevatori, vere e proprie “scuderie” in un network complessivo di nr. 159 società fruitrici di f.o.i. e ben 86 società “cartiere” emittenti i documenti falsi. Sono state analizzate e interfacciate alle indagini in corso anche nr. 276 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette trasmesse dagli operatori finanziari.

Il settore prediletto era quello dei servizi e fornitura di dispositivi di protezione individuale, mascherine, caschi, guanti ecc, a copertura del sistema fraudolento, costituendo, parallelamente, diverse aziende cartiere e “filtro” che si sono dedicate, stabilmente, alla fraudolenta attività di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Al contempo, i membri dell’organizzazione coordinavano un drappello di individui incaricati, con costanza e senza soluzione di continuità, di recuperare il denaro corrisposto dalle società beneficiarie della frode, prelevandolo in contanti presso i vari uffici postali dove erano stati accesi specifici conti correnti, retrocedere le somme decurtate del compenso illecito, redigere documentazione fiscale ed amministrativa fittizia nonché di “arruolare” nuove “teste di legno”. Durante il passaggio delle somme, da cartiera in cartiera, in taluni casi l’indicazione dell’iva spariva perché veniva utilizzato l’espediente normativo.

Venivano quindi inscenate come avvenute operazioni di commercializzazione mai realmente avvenute. Si pensi ad aziende prive di sostanza economica, a magazzini affittati ma sprovvisti di merce, a mezzi di trasporto che ivi permanevano per simulare operazioni di scarico/carico, alle migliaia di documenti fiscali ed amministrativi falsi emessi ed annotati nelle scritture contabili, ai pagamenti realmente eseguiti, tranne, poi, prelevare il denaro e retrocederlo, decurtato del 11% dell’imponibile quale compenso per la costruzione e la gestione del sistema fraudolento.

La percentuale riconosciuta variava a seconda del cliente che richiedeva le fatture per operazioni inesistenti, infatti quando l’impresa era una di quelle riconducibile a soggetti della criminalità organizzata la percentuale scendeva dall’11% al 7% per acquisire la “captatio benevolentiae” del boss e continuare ad operare indisturbati verso altri imprenditori-clienti di f.o.i, alcuni dei quali acquisiti proprio grazie all’indicazione del boss all’ombra del quale si era operato.

Le aziende “apri e chiudi”, tutte gestite da soggetti italiani nullatenenti o soggetti di etnia albanese, artatamente individuati dai capi dell’organizzazione, erano create al solo scopo di far figurare un apparente giro d’affari, in realtà inesistente, e consentire ad altre aziende gestite da imprenditori “reali”, sul mercato, di evadere il Fisco. Il breve ciclo vitale giocava a favore dell’organizzazione, perché i controlli e l’attività di accertamento dell’Amministrazione Finanziaria non possono andare di pari passo con il dinamismo che deve avere una economia globale.

I reati contestati sono anche quelli di corruzione, turbata libertà degli incanti, truffa ai danno dello Stato, associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, autoriciclaggio e reati tributari. L’imprenditore, grazie a una fitta rete di relazioni, è stato capace di turbare una serie di gare d’appalto investigate dagli uomini della sezione operativa DIA di Catanzaro, bandite tra il 2017 e il 2018 dalle stazioni appaltanti del Consorzio di bonifica Jonio-Crotonese e Jonio-Catanzarese, per appalti dal valore complessivo di 107.415,000 “Fornitura di materiali e dispositivi antiinfortunistici –Programma Forestazione 2017”.

La turbativa, aggravata dal metodo mafioso, dei pubblici incanti investigati, è stata messa in atto attraverso la presentazione di offerte precedentemente concordate, e laddove l’Antinfortunistica GALLO non fosse riuscito vincitore, venivano messe in atto manovre – sotto forma degli affidamenti diretti in via d’urgenza – al fine di controllare la gara e assicurare a GALLO Antonio comunque un guadagno.

Le predette condotte delittuose sono risultate aggravate dalla finalità di agevolare l’attività della ‘ndrangheta. In questo sistema, sostenuto da un collante composito fatto di imposizione ‘ndranghetistica e collusione, lo scopo perseguito dal sodalizio criminale è stato quello di garantirsi il controllo del sistema delle gare pubbliche indette dalle stazioni appaltanti calabresi.

GALLO, con l’ausilio di soggetti politici locali e dipendenti, hanno realizzato una serie di numerosi reati contro la pubblica amministrazione con condotte “a monte” delle gare di appalto. Fondamentale, in tale contesto, è risultata l’acclarata complicità, a vario titolo, di pubblici ufficiali – direttori, responsabili e funzionari dell’ufficio appalti e contratti, R.U.P. e un membro di commissione dei procedimenti relativi agli appalti – all’uopo incaricati dalle relative stazioni appaltanti – che nei giorni della preparazione del bando e durante la sua istruttoria si sono seduti a tavola con quello che doveva essere, sin dal principio, il vincitore financo recandosi a cena con soggetti pregiudicati appartenenti alla “locale” di ‘ndrangheta di Mesoraca (KR).

Il RUP e i componenti della commissione avrebbero dovuto con la loro condotta favorire l’aggiudicazione dell’appalto attraverso la predisposizione dei bandi di gara inserendo elementi selettivi stringenti o di difficile dotazione per altri partecipanti ma, data l’impossibilità per il GALLO di piazzarsi primo in graduatoria, hanno artatamente predisposto ogni mezzo per annullare la gara accogliendo l’istanza di GALLO, anche questa concordata con i responsabili del procedimento, al fine di riservare per gli anni successivi la possibilità di far partecipare GALLO ad altre gare e porre le premesse per commissionare forniture attraverso affidamenti diretti.

Le indagini hanno altresì fatto emergere un complesso ed articolato sistema di interazioni tra imprenditori e consulenti fiscali della zona. Nell’indagine figurano infatti due commercialisti, entrambi originari di Roccabernarda (KR), con studio fiscale a Catanzaro lido dedicato ai bisogni dell’organizzazione. Gli imprenditori GALLO Antonio e LEONE Andrea oggi arrestati gestivano direttamente o per interposta persona, una serie di società cartiere, la cui illegale vita fiscale e ogni altro atto di gestione (trasferimento di sedi, fittizia intestazione a terzi, persino cittadini stranieri non in grado di parlare e comprendere la lingua italiana) avveniva sempre con la consulenza e l’indirizzo deciso dai due commercialisti nella consapevolezza di esercitare la professione favorendo le organizzazioni criminali.

Le investigazioni hanno inoltre consentito di accertare che i professionisti tratti in arresto, in forza delle loro specifiche competenze professionali, avvalendosi di soggetti compiacenti e di società di comodo, hanno fatto fraudolentemente ricorso al credito bancario, predisponendo documentazione fiscale alterata (tra cui bilanci falsi, ovvero la presentazione di false buste paga e dichiarazioni dei redditi) per ottenere indebiti finanziamenti e mutui.

I tecnici e professionisti sono assai ricercati dalle organizzazioni criminali ed infatti la consorteria è altresì riuscita ad avvicinare un notaio (raggiunto dalla misura cautelare del divieto di dimora nel Comune di Catanzaro unitamente al divieto di esercitare la professione di notaio per la durata di anni 1),per concretizzare il passaggio di quote societarie a cittadini albanesi che, prelevati a Bari provenienti da Durazzo sono stati ospitati a Catanzaro, dotandoli di codice fiscale italiano. Gli albanesi, fittizi intestatari di tante cartiere anche di nuova costituzione, sono stati accompagnati per mano dal notaio per apporre le firme sugli atti predisposti dal professionista senza che questi compiesse i dovuti controlli di adeguata verifica previsti dalla normativa antiriciclaggio.

Al servizio dell’associazione dedita al riciclaggio, auto riciclaggio e alla frode fiscale anche una impiegata di Poste Italiane che con la sua condotta, ricompensata con uno stipendio fisso al fratello della donna e altre utilità, ha permesso la monetizzazione delle somme di denaro agevolando il compimento delle operazioni di prelievo da parte degli associati o dei loro incaricati al prelievo, omettendo di segnalare ancorchè obbligata quale intermediario finanziario le operazioni sospette ai sensi dell’art. 35 del Dlgs 231/2007. L’impiegata compiva direttamente le operazioni su richiesta degli associati, che le consegnavano le carte e i codici pin, dalle carte postepay poi consegnando il denaro prelevato nella disponibilità dell’associazione.

Sono stati registrati timori dai componenti dell’organizzazione sia verso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, dalla cui scelta di collaborare venivano prese le distanze, sia nei confronti della DDA di Catanzaro e della persona del Procuratore Gratteri definito dagli stessi componenti dell’organizzazione persona seria che stava scoperchiando “il pentolone” anche se in modo, a loro dire, esagerato.

Il timore verso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia si è rivelato più che mai giustificato perché proprio quelle dichiarazioni hanno consentito non tanto di scoprire, quanto di “verificare” risultanze di indagine già supportate da prove e riscontri. I componenti della consorteria criminale erano anche in grado di ottenere informazioni sulle operazioni di polizia imminenti attraverso una rete di fonti e connivenze tra le forze dell’ordine.

In questo contesto, il ruolo di un Luogotenente della Guardia di Finanza, oggi in pensione, anch’egli raggiunto da misura custodiale, in quanto, ancora in servizio all’epoca dei fatti, con la sua condotta, finalizzata ad ottenere uno stipendio fisso tramite l’assunzione del figlio presso una società costituita ad hoc dall’imprenditore GALLO Antonio in Albania, forniva notizie sullo stato dell’indagine denominata “Borderland”, avvicinando i colleghi delegati alle indagini, contribuendo a salvaguardare gli interessi di GALLO Antonio, di cui conosceva i legami con la compagine associativa di tipo ‘ndranghetistico cui era intraneo.

Per gli stessi motivi si muovevano due politici catanzaresi, BRUTTO Tommaso e BRUTTO Saverio, padre e figlio, l’uno consigliere di minoranza del comune di Catanzaro, l’altro assessore del comune di Simeri Crichi, coinvolti nell’operazione, i quali auspicando ad un guadagno analogo a quello del Luogotenente mettevano in contatto quest’ultimo con l’imprenditore delle cosche, attraverso promesse di “entrature” da realizzare con il contributo del segretario Regionale in Calabria dell’UDC, Franco Talarico, oggi assessore al bilancio della Regione Calabria che, a sua volta, avrebbe coinvolto un europarlamentare e altri politici nazionali.

Talarico, insieme ai due politici locali, guardavano a GALLO Antonio come imprenditore di loro riferimento per l’aggiudicazione di grossi appalti per i quali il loro guadagno sarebbe consistito in una provvigione del 5%.

Nell’ottica della sicurezza e della segretezza dell’organizzazione sono state registrate attività di bonifica da microspie e dispensati consigli per evitare di essere intercettati oppure di essere individuati. Non sono mancate le minacce dei vertici verso soggetti ritenuti rei di aver solo pensato ad un eventuale congedo dall’organizzazione, come quelle del boss BAGNATO Santo Antonio in persona all’indirizzo di un soggetto marginale ma utile per l’attività di riciclaggio dei proventi illeciti, oppure verso soggetti ritenuti insolenti perché pretendevano, in un caso specifico da GIGLIOTTA Umberto, inteso “mister 100mila”, quanto promesso loro economicamente per l’attività di fittizia intestazione e monetizzazione evocando per convincerli a non denunciare, soggetti della criminalità organizzata catanzarese, del gruppo dei c.d.“gaglianesi” (legato alle ‘ndrine di Isola Capo Rizzuto).

In questo contesto di minacce, aggravate dal metodo mafioso, anche il ruolo dell’agente immobiliare GIGLIOTTA Umberto, compare di nozze di TRAPASSO Tommaso, figlio del boss TRAPASSO Giovanni (locale di ‘ndrangheta MANNOLO, TRAPASSO, FALCONE, ZOFFREO di San Leonardo di Cutro), proprietario “occulto” del Pub ristorante MOPS, tra i più importanti della movida catanzarese, che gestiva ulteriori società cartiere e ulteriori “spalloni” di denaro attuando altresì minacce tipiche delle associazioni mafiose. GIGLIOTTA creava società fittizie preponendo soci e amministratori privi di alcuna capacità reddituale e privi di patrimonio passibile di escussione, apriva conti correnti postali e bancari, a nome di società fittizie e di prestanome nullatenenti, con i quali otteneva degli affidamenti che subito monetizzava attraverso prelievi di denaro contante, eludendo qualsivoglia azione esecutiva volta a recuperare i crediti maturati; nonché finanziamenti per l’acquisto di beni di lusso, di cui si appropriava.

Le investigazioni hanno consentito di accertare che gli appartenenti al sodalizio hanno costituito un patrimonio societario e immobiliare grazie ai proventi delle attività illecite, tramite l’appoggio delle famiglie mafiose. Per questo motivo si sono creati i presupposti per l’emissione da parte della Procura distrettuale di Catanzaro di un decreto di sequestro penale ex art. 321 cpp nei confronti di nr. 47 soggetti. Tra i beni sequestrati figurano nr. 59 società, nr. 45 immobili, nr. 29 autoveicoli di cui nr. 02 Porsche (911 Carrera 4 e Boxter), nr. 77 conti correnti, nr. 24 carte di credito ricaricabili, nr. 01 imbarcazione del tipo Invictus 370, nr. 01 lingotto d’oro e nr. 01 orologio ROLEX».

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