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Operazione Cassandra a Crotone, le mani delle cosche sulla movida crotonese

Nelle prime ore del 10 dicembre, oltre 30 militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Crotone, con il supporto delle unità cinofile, hanno eseguito un’ordinanza di misure cautelari personali e reali emessa dal gip di Catanzaro su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Il provvedimento ha riguardato tre soggetti ritenuti, a vario titolo, appartenenti o collegati a un sodalizio criminale attivo nella provincia di Crotone e con ramificazioni anche in altre zone della Calabria e del territorio nazionale. È stata disposta la misura cautelare in carcere per Gaetano Russo e Gianluca Pennisi, mentre il gip ha ordinato i domiciliari nei confronti di Nicola Siniscalchi.

Le indagini – coordinate dalla Dda nell’ambito di un più ampio filone investigativo – hanno portato alla custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari per i tre indagati. Contestualmente sono stati disposti sequestri preventivi ai sensi degli articoli 321 c.p.p. e 240-bis c.p., finalizzati alla confisca di beni e utilità di provenienza ingiustificata, anche tramite prestanome.

I sequestri hanno riguardato società, ditte individuali, immobili, rapporti bancari, autoveicoli e motoveicoli. Secondo gli investigatori, il gruppo criminale aveva costruito una fitta rete di interessi nel settore del food e beverage, controllando esercizi commerciali di rilievo sul lungomare di Crotone. Le attività avrebbero fatto uso di «complesse schermature societarie e prestanome» per aggirare la normativa patrimoniale antimafia e di «condotte tipiche del metodo mafioso», con intimidazioni finalizzate a mantenere un assetto di oligopolio commerciale.

LE ACCUSE

Secondo l’accusa, Pennisi e Siniscalchi, d’intesa con i vertici della cosca Megna, egemone a Crotone, avrebbero pianificato e attuato le strategie di accaparramento di varie attività di ristorazione. Innanzitutto la società Cambusa srl, gerente l’omonimo ristorante e i locali Gyn Lab e Ego Caffè, formalmente intestati a terzi. Per conto della consorteria, gli indagati avrebbero gestito direttamente i servizi di vigilanza e guardiania. Avrebbero attribuito la titolarità formale della società, per eludere eventuali sequestri, ad Albino Borrelli (indagato).

Nella società, che gestisce anche il lido Makai, sarebbero stati reimpiegati i proventi del clan. Inoltre, avrebbero attribuito a Mariano Romano (anche lui indagato), la titolarità della società Uramare, che gestisce un sushi. Ai tre arrestati è contestata l’estorsione ai danni del titolare di un locale sul lungomare, il Mida, costretto a non servire bevande al banco. Inoltre, l’esercente doveva concordare con loro ogni attività promozionale ed offerta commerciale.

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