Saccheggiavano sistematicamente importanti aree e siti archeologici per trafugare reperti da vendere sul mercato illegale. Con due distinte operazioni, le Dda di Catanzaro e Catania, a conclusione di indagini dei carabinieri del Comando Tutela patrimonio culturale, hanno smantellato due bande ben organizzate facendo emettere 56 provvedimenti cautelari tra Calabria e Sicilia.
Nel ramo calabrese dell'inchiesta sono undici gli arrestati, due in carcere e sette ai domiciliari. Degli arrestati in Calabria sette sono di Isola di Capo Rizzuto e due siciliani. Gli arresti, disposti dalla gip distrettuale di Catanzaro Roberta Cafiero, sono scattati sulla base dei complessi accertamenti svolti dai carabinieri del Gruppo Tutela Patrimonio culturale. Con loro, nella fase iniziale delle indagini, hanno collaborato i colleghi del Comando provinciale di Crotone. Nell'odierna Operazione Ghenos-Scylletium sono stati impegnati 200 militari.
Agli indagati calabresi è stata contestata anche l'aggravante mafiosa per avere agevolato la cosca di 'ndrangheta degli Arena di Isola Capo Rizzuto (Crotone) che in tal modo avrebbe consolidato il controllo del territorio oltre a beneficiare dei proventi delle attività delittuose.
Le indagini dei carabinieri del Nucleo Tpc di Cosenza hanno preso il via dopo la scoperta di numerosi scavi clandestini condotti in vari siti e l'accertamento di un traffico di reperti archeologici provenienti da scavi operati nei parchi archeologici nazionali di Scolacium, dell'antica Kaulon e di Capo Colonna. Per sfruttare il mercato, la cosca Arena si sarebbe rivolta all'"esterno" reclutando anche appassionati e conoscitori del settore allo scopo di operare in un contesto specialistico che le sarebbe diversamente precluso.
L’accusa, per il gruppo di Isola, è quella di associazione a delinquere, con l’aggravante mafiosa, finalizzata all’esecuzione di scavi illeciti nelle aree archeologiche di Capo Colonna (Crotone), Roccelletta di Borgia (Catanzaro) e Monasterace (Reggio Calabria). A capo della banda due isolitani, V.G. e R.F. Secondo l'accusa sarebbero stati loro a programmare gli scavi di volta in volta, a intrattenere rapporti con il gruppo dei “siciliani” e a piazzare i reperti nel mercato illecito. L’aggravante mafiosa è contestata poiché gli indagati sono ritenuti vicini alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto e avrebbero pertanto contribuito a consolidarne l’egemonia nel territorio. Contestate anche accuse di deturpamento dei siti archeologici e riciclaggio.
Sistematici i saccheggi compiuti da una squadra di “tombaroli” che, ciascuno in base alle proprie competenze, per lungo tempo avrebbero alimentato il mercato clandestino di materiale archeologico. Nel corso delle indagini sarebbe stata documentata l’esistenza di una complessa organizzazione, composta da tombaroli, intermediari e ricettatori, ben radicata a Isola Capo Rizzuto. Lo confermerebbero intercettazioni telefoniche, telematiche ed ambientali, riprese video e sequestri. Insomma, un’organizzazione ben strutturata, composta da persone “specializzate” ad operare nel settore senza farsi troppi scrupoli.
"Gli indagati - ha detto il procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio ai giornalisti - sono accusati di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso perché avrebbero trafugato beni per metterli a disposizione della cosca Arena".
Il capitano Giacomo Geloso, comandante del Nucleo Tpc di Cosenza, ha rilevato che "dopo la droga e le armi quello del commercio clandestino di reperti archeologici è il business sul quale sono maggiormente orientati gli appetiti della criminalità organizzata".
"L'inchiesta - ha detto il procuratore aggiunto Giancarlo Novelli - permette di conoscere la pervasività della criminalità che arriva anche a sottrarre le ricchezze sotterrate di questa regione". "Con quello che si è sequestrato - ha detto il procuratore di Catania Francesco Curcio, in collegamento con la conferenza stampa di Catanzaro - si potrebbe aprire uno dei più importanti musei archeologici in Italia".



